La depressione, definita malattia del secolo, è ascritta solo in minima parte a predisposizioni personali o condizionamenti esistenziali.
Molti analisti tra i quali (Parenti e Pagani) sono fautori di una filosofia ambientalistica come causa predominante del sorgere di tale disturbo (approccio sociologico).
Analizziamo ora da un punto di vista culturale il fenomeno, in particolare di due civiltà dell’antico Oriente (Egitto ed India), nella convinzione che esse siano state in parte matrice dell’occidente contemporaneo.
La società faraonica fu impostata sul tema preminente del culto dei morti, eppure, in apparente contrasto, la vita era in pieno fermento.
L’arte, la cultura e la stessa medicina, enfatizzavano lo spirito pragmatico, preoccupate non tanto di teorizzare l’esistenza umana, quanto di porre rimedio concretamente ai mali dell’uomo, frenando la sua corruzione fisica ed esaltando la sua efficienza.
Da osservare invece negativamente, un’altra grande civiltà orientale, quella indiana, non a caso fonte di un pensiero filosofico assai evoluto, ma piuttosto preso verso la liberazione dello spirito dalle catene del corpo, attraverso l’ascesi.
Ciò implica una svalutazione rassegnata della felicità sensoriale contingente, ed uno scettico abbandono delle gratificazioni legate alla realtà, accompagnata da una scarsa confidenza con le potenzialità corporee, fece strada a ricerche di droghe come sostegno, con proprietà inebrianti ( nel grigiore della vita quotidiana).
Di altro verso invece la splendida cultura ellenista, legata alla sensorialità dell’uomo comune, largamente basata sulla comunicazione ( Retorica), negatrice per assunto della depressione.
Altrettanto vivace fu la civiltà romana che sviluppò un’arte alla guerra, certo immorale, ma tutta protesa verso il piacere del dominio e il suo esercizio esibizionista anche dell’esteriorità, finendo per contaminarsi con l’eredità greca.
Il cristianesimo originario, precedente alle invasioni barbariche, non ebbe alcun tono depressivo, fu polemico con l’edonismo ma capace di sostituirlo con la fratellanza e l’amore.
Il passaggio a toni più ombrosi invece fu condizionato nel Medioevo (nel primo medioevo) da influenze esterne, di popolazione barbare di tradizione Celtica (caratterizzate dal grigiore di luoghi e dal dominio della casta sacerdotale druidica).
La stessa influenza pervase anche gli ambienti cristiani, si ravvisa nella concezione di punizione legata alla religiosità, sull’isolamento della vita monastica, sul divampare segreto della caccia alle streghe, sul senso auto-protetto delle micro – comunità feudali, sentore del cambiamento dei costumi ( grigiore, cupezza, oscurità; cioè depressione).
Infine il mondo moderno, pone l’individuo in una società particolarmente invasa di insicurezza, abulia, indolenza, verso una progettualità positiva del futuro; permeata da un comune sentir negativo, una maturata esigenza di assistenzialismo e una politica ormai bigotta, poco incline all’osservazione dei fenomeni reali, attaccata al palazzo e al potere. Non è un caso che le società del Nord dell’ Europa (fra cui la Danimarca) dove la politica ormai da anni si è radicata su un sistema nel suo insieme ispirato all’egalitarismo, alla solidarietà e al buonismo; la diffidenza verso la vita e il futuro siano tra i più alti, ne è la riprova l’alto tasso di suicidi.
Di fatto il Welfare State, ha condizionato le società Europee, ha imposto i suoi ritmi, lasciando poco spazio alle libertà e ai sogni individuali.
Esiste allora una cultura anti-depressiva? Alla domanda gli autori parlano di primato della comunicazione fra persona e persona (dialettica), prediligere la curiosità e lo spirito di scoperta (riformismo), e infine da sottolineare una cultura dedita alla mobilità fisica e psichica e perciò duttilità di azione e di pensiero (spirito competitivo).

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